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Collezione d’Arte Rome Cavalieri

Il Rome Cavalieri ospita una delle più grandi collezioni d’arte private esistenti al mondo. Dai maestri del 16° secolo ai maggiori artisti contemporanei, dai costumi di Nureyev ai vetri di Gallè un compendio di oltre 100 tesori d’arte.
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Commode del Re di Polonia

La splendida commode che si trova di fronte a voi apparteneva in origine al Principe Elettore di Sassonia, Federico Augusto II, asceso al trono di Polonia come Augusto III. Fu commissionata per il Palazzo Reale di Varsavia nel 1745 e fu poi acquistata dalla famiglia Rothschild che la collocò nella propria maestosa residenza viennese. Una commode simile, proveniente anch’essa dai Rothschild, si trova oggi al Getty Museum di Los Angeles. Entrambe furono introdotte nel mercato d’arte dai noti antiquari George e Daniel Wildenstein.

Prima di arrivare nella nostra collezione, la commode che qui vedete fu posseduta dal mecenate Siriano Akram Ojjeh e poi dall’Inglese Charles Clore.

Di grande raffinatezza sono l’opera d’intarsio e i decori di bronzo dorato, frutto dell’abilità di maestri ebanisti francesi e del bronzista Jacques Caffieri. Il mobile reca la sigla MC, Maison Couronnée, a indicare che era destinato alla casa reale. Questa commode è uno straordinario esempio del Rococò Francese, uno stile molto in voga anche alla corte di Varsavia poiché la principessa Marie, figlia del deposto re Polacco Stanislao Leszczynski, aveva sposato nel 1725 il Luigi XV re di Francia.

Sopra la commode troviamo una Jardinière dell’inizio del Settecento, proveniente dalla bottega di André-Charles Boulle, maestro ebanista della corte di Luigi XIV ed inventore della tecnica ad intarsio con guscio di tartaruga. Questo esemplare è stato eseguito in première partie, presenta cioè un ornamento in ottone e argento su fondo di tartaruga. Negli angoli noterete anche i preziosi dettagli con figure e piccole tartarughe di bronzo dorato.

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Il pastorello e il cane

La statua in bronzo alla destra degli ascensori è intitolata ‘Il pastorello e il cane’ ed è stata realizzata dallo scultore danese Berthel Thorvaldsen.

Insieme a Antonio Canova, Thorvaldsen, stimatissimo e raffinato, fu uno dei massimi esponenti del Neoclassicismo, e certamente tra i più importanti scultori che lavorarono in Italia all’inizio dell’Ottocento. Visse per lungo tempo a Roma, dove ebbe tra i suoi più appassionati committenti Papa Pio VII. Famosa è la frase che gli si attribuisce: ‘Sono nato quando sono giunto a Roma, prima non esistevo’.

La statua del pastorello è ispirata a un giovane modello romano, mentre il cane ritrae Teverino, il cane dello scultore stesso. Il prototipo di quest’opera, eseguita in marmo, è custodito all’Hermitage a San Pietroburgo.

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Arazzi dell’Histoire de l’Empereur de Chine

I grandi arazzi esposti sulla parete sinistra della hall fanno parte di una serie di nove episodi intitolata ‘L’Histoire de l’Empereur de Chine’ ovvero ‘La storia dell’imperatore della Cina’. La scena qui rappresentata è ‘L’udienza dell’imperatore’ ed è senz’altro quella più famosa e più frequentemente riprodotta. Altre repliche si possono infatti trovare al Metropolitan Museum di New York, al J. Paul Getty Museum di Los Angeles, al Louvre a Parigi, nella Alte Residenz a Monaco, e a San Francisco.

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Il Giudizio di Paride

Il grande dipinto collocato a destra all’ingresso della galleria è la seconda opera di Giuseppe Bazzani presente in Collezione.

Anche il soggetto di questa tela è mitologico. Rappresenta infatti ‘Il Giudizio di Paride’, e narra una storia che ha inizio con le nozze di Peleo e Teti, genitori di Achille. Alla cerimonia sul monte Pelio furono invitati tutti gli dei ad eccezione di Eris, dea della discordia. Quando Eris si presentò comunque ai festeggiamenti e fu allontanata, decise di vendicarsi gettando nel banchetto una mela d’oro indirizzata alla più bella tra le dee.

Il pomo era talmente prezioso che tutti lo bramavano. Tre dee in particolare lo rivendicarono: Giunone, Minerva e Venere. Chiamato a intervenire per dirimere la questione, Giove ordinò a Mercurio di accompagnare le dee al cospetto di Paride di Troia, quello che era considerato il più bell’umano del pianeta. Sarebbe spettato a lui scegliere quale delle tre fosse la più bella.

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Giuditta e Oloferne

Un quadro eseguito da Francesco del Cairo agli inizi del Seicento, Il quadro qui esposto è composto con grande equilibrio e delicata raffinatezza. L’attenzione ai dettagli sottolinea il turbante, l’elsa della spada, i gioielli che impreziosiscono la leste della protagonista, con la cura e la preziosità che è tipica di chi è maestro anche nella raffigurazione della “natura morta”. Affascina e seduce la forte personalità di Giuditta che fissa il fruitore con orgoglio e sublime dignità. La vedova ebrea si confronta con lo spettatore pienamente consapevole del tragico ma necessario atto appena compiuto decapitando il generale nemico. Il suo sguardo è così magnetico e intenso che risulta difficile spostare l’attenzione sulle sete del turbante e l’eleganza delle vesti, in cui merletti e ricami si fondono in un nero carico di mille sfumature. In primo piano, in basso a sinistra, appaiono dalla penombra, all’improvviso, l’elsa della spada e la testa mozza di Oloferne che, mimetizzata nel potente gioco dei chiaroscuri, cede il palcoscenico allo sguardo ammalisatore dell’eroina biblica.

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Arazzo del Trionfo di Marte

Con una lunghezza di quasi otto metri, l’elaborato arazzo davanti ai vostri occhi presenta un formato d’eccezione. Esso rappresenta il Trionfo di Marte e fu realizzato nel primo Settecento, nella prestigiosa bottega dei Leyniers, dinastia di famosi arazzieri che operò con grande successo a Bruxelles per ben tre secoli. Fa parte della serie dei “Trionfi degli dei” per la maggior parte custodita ora al Museo di Gand. Il cartone preparatorio si deve al pittore Jan van Orley, e appare ispirato a noti precedenti quali il Trionfo di Alessandro Magno che era stato dipinto qualche decennio prima da Charles Lebrun, fondatore e supervisore della Regale Fabbrica di Arazzi di Gobelins. La scena qui rappresentata, mostra il dio della guerra, su una biga trainata da due leoni e accompagnato da un fastoso corteo.

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Minosse

Questa statua di marmo bianco fu eseguita alla fine dell’Ottocento dallo scultore Fiorentino Cesare Zocchi. Essa raffigura Minosse, re di Creta e figlio di Zeus ed Europa. Secondo il mito, per dimostrare il suo diritto al trono, Minosse chiese a Poseidone di inviargli un segno che egli gli avrebbe sacrificato come forma di rispetto. Apparve uno splendido toro bianco. Ma Minosse infranse la sua promessa, sostituendo il magnifico toro con un altro esemplare.

Il dio dei mari allora si adirò a tal punto da far sì che Pasifae, la sposa di Minosse, si innamorasse del toro e mettesse al mondo una creatura dalla testa taurina e il corpo umano, il Minotauro, essere feroce che si cibava di carne umana. Minosse fece costruire a Dedalo un labirinto invalicabile nel quale fece rinchiudere la mostruosa creatura e costrinse gli ateniesi, a quell’epoca sottomessi a Creta, a offrire in sacrificio ogni anno sette fanciulle e sette giovinetti. L’orrendo rituale venne infranto da Teseo che riuscì, con l’aiuto di Arianna, a introdursi nel Labirinto e a uccidere Minotauro.

La figura di Minosse è molto controversa: se nei miti ateniesi viene dipinto come un tiranno, per alcune altre fonti compare un re giusto e saggio tanto da divenire uno dei giudici dell’Inferno, come è noto in Omero e Virgilio.

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Il Bacio

Questa grande scultura di marmo è stata realizzata nel 1861 dal milanese Antonio Tantardini e si intitola ‘Il Bacio’. Formatosi all’Accademia di Brera e ricco di talento, Tantardini divenne ben presto uno scultore di successo nella cui fiorente bottega, ricca di collaboratori, si realizzarono alcuni dei più importanti monumenti lombardi del tempo ma anche numerosissimi ritratti di personaggi storici e di notabili locali.

Un’ulteriore versione del nostro “Bacio”, di dimensioni inferiori, è custodita alla Galleria d’Arte Moderna di Milano, con il titolo “Margherita e Faust”: é stato ipotizzato infatti che i due trepidi amanti siano una raffigurazione dei personaggi principali dell’omonima opera di Goethe. Anche se la loro identità rimane avvolta ancora nel mistero, la qualità della scultura salta agli occhi evidente: notate la minuziosa attenzione ai dettagli e l’abilità tecnica nell’esecuzione delle vesti, nei ricami del fazzoletto in mano alla giovane donna, nei fiori sparsi e nei tasselli che modulano sgabello, leggermente inclinato in avanti che suggerisce convincentemente il senso di movimento e di passione insito nella scena.

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Giovanni Battista Tiepolo

Siamo ora giunti ai tre quadri più preziosi della collezione, a un vero trionfo dell’arte settecentesca, ad un tesoro sublime di qualità e prestigio museale. Si tratta di tre grandi tele di Giambattista Tiepolo eseguite nel 1725. Il grande quadro centrale si intitola ‘Ulisse scopre Achille tra le figlie di Licomede’. A sinistra è ‘Il supplizio di Marsia’ e a destra ‘Ercole e Anteo’. Concedetevi del tempo per guardare questi capolavori e ascoltare qualche informazione sull’artista.

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